“Dei canti, dei balli e dei pensieri”

Simone Medas thoughts depot

Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Innata religiosità?

lascia un commento »

Dissertavo, su Facebook, con un caro amico sul Culto dei morti e su una frase mi è venuto lo spunto di questo post. La frase che mi ha colpito è la seguente:

“Il culto dei morti è nato con l’uomo, non e un fatto esclusivamente cristiano. Esso ha la sua radice nella innata *religiosità* dell’uomo.”

Non concordo su *una piccola parte* di questa frase, sembra davvero una cosa di poco conto, ma in realtà nasconde ben più altre questioni che andrebbero affrontate seriamente.

La parte in questione è:
“innata religiosità dell’uomo”… 

l’uomo non nasce e si “sveglia” religioso, cioè non è una cosa scritta nel DNA dal nostro Creatore…
semmai succede che non comprendendo la natura e i fenomeni che lo circondano (morte compresa) si convince siano di origine divina e, spesso, molte delle cose succedono accadono solo per capriccio di qualche dio a volte geloso e possessivo (senza andare molto lontano dalla religione cristiana, Yahveh, nell’Antico Testamento, appare come un Dio geloso e infastidito quando gli ebrei adoravano altre divinità – rischiando di far intendere, quindi, di non preclude l’esistenza di altre divinità).

La religione (sempre mio modesto parere) è stata utile all’uomo per questione di etica e morale, asservendo al compito della conservazione della specie, in tempi in cui non si aveva la conoscenza necessaria. E l’alimento (della religione) era l’ignoranza su ciò che era la natura, le intemperie e gli accadimenti celesti (partendo dal semplice scambio del giorno e della notte).

Oggi è una cosa che non asserve più al compito primario, in quanto siamo arrivati ad una conoscenza tale da poterne fare a meno, ma è mantenuta viva forzatamente per una questione politica e di comodo (controllo delle masse).

Oggi più che mai ci si può rendere conto che l’uomo non nasce già religioso ma lo può diventare per abitudini familiari.

Mio figlio, sono orgoglioso di dirlo, NON E’ religioso e ha imparato il rispetto per il prossimo prima di molti altri suoi coetanei cristiani.

Scritto da Simone Medas

marzo 26, 2012 alle 9:16 am

ll “peso” delle parole

lascia un commento »

Facevo una considerazione… e giusto per farmi qualche sega mentale in tempo reale, la riporto qui.
Quello che ho constatato è facilmente verificabile, ed è che le parole (principalmente aggettivi) non hanno solo un significato ma hanno anche un “peso” o direi, per esser meglio compreso, un “potere”… ecco fa pure figo “il potere delle parole”.

Di cosa si tratta? Faccio un semplice esempio: Se volessi fare un complimento ad una persona meritevole lo farei con tutta la serietà possibile, con compostezza e decisione. Con l’intento di fugare qualsiasi dubbio di “presa per culo” ma anche di dare una certa importanza a quello che sto dichiarando, quasi stessi seguendo un preciso “rituale”.
Se, invece, volessi dirgli “sei un buffone” userei, di certo, un atteggiamento completamente differente.
L’adeguato comportamento che accompagna la parola non è “meccanicamente” scelto in base alle parole ma, piuttosto, viene assunto in conseguenza ad un certo “valore” che sto cercando di dare. Difatti l’affermazione può essere la medesima ma con un significato esattamente opposto. E’ il “potere” della parola che è difficile da manifestare o misurare, ma, a parer mio, viene trasmesso quasi telepaticamente e rinforzato dal comportamento.

Ma il punto su cui riflettevo non è esattamente questo. Questo ragionamento, in verità è una conseguenza. Quello su cui riflettevo verte su un di quelle caratteristiche che ci distingue come esseri in eterna contraddizione.

Se siamo d’accordo sul fatto che la parola in se è come una retta senza verso e senza modulo, che a guardarla rimaniamo un po’ perplessi: “dove diamine vorrà andare? E per quanto? e da dove è partita?” allora possiamo passare alla mia constatazione – altrimenti torna al punto 1, oppure premi back sul browser vedrai qualche articolo più interessante da leggere :) )) -

Il punto due è che il peso, il potere, delle parole si perde, si esaurisce, svanisce come le bollicine di una CocaCola in una bottiglia che abbiamo lasciato senza tappo per più di 24 ore.
E l’agente che deteriorerebbe questo potere è la ripetitività della parola stessa. Detto in modo semplice: “Il potere di una data parola (meglio se aggettivo) diminuisce ogni volta che lo si utilizza” o in aritmetica: “Il potere delle parole è inversamente proporzionale al numero delle volte che la collettività la utilizza”.

Tutta sta scemenzoide per notare quanto siamo scemi:
perché se voglio dire ad una persona, ad esempio, che è brava nel proprio mestiere o artisticamente devo alterare l’aggettivo con “issima” o confermare ulteriormente aggiungendo “davvero”: “Sei DAVVERO bravissimo!”. Ma perché, se dico solamente “Sei bravo” sto aggiungendo un asterisco con un rimando ad una nota a piè di pagina con scritto: “Però sei meno bravo di quell’altro che è DAVVERO bravissimo!”?

Pare, alla fine, che non ci crediamo più nemmeno noi a quello che stiamo dicendo. Questo è importante, lo ripeto scrivendolo in grassetto:

pare che non crediamo più a quello che noi stessi diciamo.

Quindi si peggiora ulteriormente enfatizzando allungando il numero di vocali “BRAVISSIMOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO” o mettendo 200 punti esclamativi…. e poi moltiplicando il numero di volte l’aggettivo “bravo bravo bravo bravo bravooooo” (e un mix di tutte queste belle cose :) )

E dopo? Dopo cosa succede? Che quella parola, quel modo di esprimersi, quell’aggettivo diventa deprecata? Cade in disuso e viene di moda un’altra?

Come foto ne ho messo una che avevo fatto tanto tempo fa per esprimere lo stesso concetto :) )

Scritto da Simone Medas

marzo 16, 2012 alle 8:59 am

I consumi divorano il pianeta in 5 anni aumentati del 28%

lascia un commento »

http://www.repubblica.it/ambiente/2010/01/12/news/rapporto_worldwatch_institute-1913867/?rss

Sono dell’idea che occorre, più che mai, istituire la “carta dei diritti della Società” e dare una priorità più elevata di quella basata sui diritti dell’uomo.

I diritti dell’uomo fanno si che chiunque possa acquistare tutte le risorse in base alle sue disponibilità, anche qualora fossero risorse naturali e fossero le ultime rimaste sulla terra. E che possa bruciare tutto il petrolio che acquista ed emettere tutte le quantità di anidride carbonica che vuole. Come potrebbe, se ne ricavasse guadagno, sciogliere tutti i ghiacciai del Polo Nord (non è forse vero che il petrolio diventa proprietà di chi lo trova e lo preleva?)

Tutto questo è giusto in rapporto al fatto che chi ha i soldi è giusto che compri, ma è scorretto se fa un danno alla società. E diventa un attentato terroristico se questa società è tutta la popolazione mondiale e se chi ne risente è il pianeta.

Scritto da Simone Medas

gennaio 12, 2010 alle 10:27 am

Pubblicato in Senza Categoria

Taggato con , , , ,

Beatificazione di Giovanni Paolo II : non tutti sono d’accordo.

con un commento

Per aver non aver favorito gli accertamenti sul caso Il caso Ior-Banco Ambrosiano. Per non aver avuto il senso della misura nel beatificare Pio IX. Per i diritti umani violati… e altro ancora

Agli inizi del 2007 la Postulazione della causa di beatificazione di Karol Wojtyla, convocò espressamente anche Giovanni Franzoni al Vicariato di Roma per portare la sua testimonianza nel processo stesso. La sua deposizione giurata è avvenuta il 7 marzo 2007 ed è avvenuta, a norma del diritto canonico, essendo Franzoni il primo firmatario, insieme a molti altri noti teologi di tutto il mondo, di un testo diffuso in data 6 dicembre 2006.
Franzoni ha ovviamente mantenuto il segreto sulla sua deposizione, fino a che la causa non è stata ufficialmente chiusa, per la fase che riguardava il Vicariato.
Nel novembre scorso, chiusa appunto quella fase, diversi prelati, e tra essi anche cardinali, salutando positivamente l’iter del processo, anche con interviste ai media riportavano testimonianze di fatti, e anche di asseriti miracoli, che a loro giudizio dimostravano appunto la santità di Wojtyla. Dalle varie interviste e dichiarazioni emergeva un coro di voci favorevoli alla beatificazione, e nessun cenno era fatto alle voci critiche, e tanto meno emergevano tentativi di risposta alle obiezioni che pure, in sede di Tribunale, erano emerse, contro la beatificazione.
In tale contesto Franzoni ha ritenuto di non essere più legato al segreto e, dopo aver informato, il 25 novembre 2009, l’apposito Tribunale del Vicariato, ai primi di dicembre rendeva pubblica la sua testimonianza, quella che ora anche qui viene allegata.
Sabato 19 dicembre il Vaticano ha annunciato che il papa aveva autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare decreti riguardanti, tra l’altro, le “virtù eroiche” di due papi: il Servo di Dio Pio XII (Eugenio Pacelli), e il Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla). A questo punto, una volta che la stessa Congregazione accerti che i due “venerabili” hanno compiuto un miracolo, il papa regnante potrà decidere sulla loro beatificazione.
Deposizione di testimonianza nella causa di
beatificazione di Giovanni Paolo II
L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha sollecitato tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, ad inviare le loro testimonianze sulle opere del romano pontefice scomparso il 2 aprile precedente.
Come era stato correttamente annunziato, potevano essere inviate, all’ufficio competente del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte fondate su dati obiettivi.
Valutando, in tutta scienza e coscienza, il pontificato di Giovanni Paolo II, un gruppo di cattolici (teologi, teologhe, storici), al quale mi sono unito, ritenne che le dichiarazioni pubbliche sul pontefice scomparso, e le iniziative suscitate per favorire la sua causa di beatificazione, fossero spesso caratterizzate da una valutazione superficiale ed acritica del suo operato. E perciò, nel rispetto – ovviamente – di altri e differenti pareri, lo stesso gruppo a dicembre 2005 pubblicò un appello, confermato e firmato anche da altri esattamente un anno dopo, il 6 dicembre 2006,  e quindi inviato al Vicariato di Roma, nel quale metteva brevemente in luce quelli che, a parere dei sottoscrittori, erano dei pesanti limiti del pontificato. Limiti così grandi da ostare alla beatificazione.
Quell’Appello si limitava ad indicare alcuni punti critici del pontificato. I firmatari, comunque, confidavano, e confidano, che l’apposito Tribunale del Vicariato approfondirà adeguatamente le piste segnalate per fare maggior chiarezza.
E’ naturale che, un pontificato durato quasi 27 anni, sia carico di eventi, variamente valutabili. Se, in quell’Appello, erano sottolineati quelli, a giudizio dei firmatari, “negativi”, non si presumeva certo, con questo, ignorare gli aspetti “positivi” del pontificato, e perciò, en passant, si ricordava in particolare l’impegno di Wojtyla contro la guerra.
Nello stesso spirito dell’Appello, e lasciandolo sullo sfondo, in questa deposizione, e come testimonianza personale, vorrei precisare le ragioni delle mie fondate riserve alla beatificazione di papa Wojtyla, il che naturalmente non mi fa dimenticare gli aspetti a mio parere luminosi dell’azione del pontefice (ad esempio, già a suo tempo lo lodai con una lettera pubblica per il suo impegno contro la guerra in Iraq nel 2003).
Ho detto “papa Wojtyla”: la mia attenzione, dunque, è rivolta unicamente e solamente a come questa persona ha vissuto il suo pontificato, e in essa ha operato. Nulla io so, direttamente, della sua vita precedente in Polonia, e su di essa nessun giudizio posso esprimere. Parlo, dunque, del pontefice eletto il 16 ottobre 1978, e deceduto il 2 aprile 2005.
Sempre in rapporto alla beatificazione, questa, a mio parere, è la questione previa che si pone: è possibile, in un papa, distinguere la persona dal suo ruolo, le virtù private dalle decisioni pubbliche?
E’ bene evidente che su questa terra nessuno può giudicare la coscienza dell’altro; solo il Signore può farlo. Dunque, sotto questo aspetto, nulla io avrei da dire su Giovanni Paolo II. Se intervengo è perché mi domando se alcune sue scelte – così come valutabili dall’esterno – siano state una trasparente e cristallina testimonianza di quello spirito evangelico, e di quelle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) che debbono rifulgere in grado altissimo in un “candidato” alla gloria del Bernini.
+ Il caso Ior-Banco Ambrosiano
Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un’ombra nera che, a mio parere, mostra come quel pontefice violò gravemente le virtù della prudenza e della fortezza: mi riferisco a come egli gestì la vicenda dell’Istituto per le opere di religione (Ior) in connessione con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è, questo, il luogo per esaminare in lungo e in largo la complessa vicenda; mi limito a rilevare che giudici italiani erano giunti alla conclusione che mons. Paul Marcinkus, presidente dello Ior, aveva avuto gravissime responsabilità per il crack dell’Ambrosiano e, dunque, dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere arrestato e interrogato. Del resto, questa era anche la possibilità, per lui, di dimostrare limpidamente la sua innocenza e l’infondatezza delle accuse addebitategli.
La linea difensiva della Santa Sede, in tale vicenda, non fu quella di accertare se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma solamente quella di respingere, in quanto a suo parere contrastanti con i Patti Lateranensi, le richieste della magistratura italiana, perché queste avrebbero interferito in un àmbito, e in uno Stato (Vaticano) in cui l’Italia non poteva entrare. In effetti, dopo una lunga schermaglia giuridica e diplomatica, la stessa Corte di Cassazione nel luglio 1987 diede ragione alle tesi vaticane.
Senza entrare in questioni giuridiche, la domanda da porsi è la seguente: Giovanni Paolo II favorì l’accertamento della verità sul caso Ior? La risposta, mi pare, è negativa. Infatti, il papa decise, o lasciò che decidessero, di impedire, con pretesti giuridici, l’accertamento della verità. Infatti, ammesso e non concesso che i giudici italiani non avessero titolo a chiedere l’estradizione di Marcinkus, nessun processo pubblico si è tenuto nella Città del Vaticano per accertare i fatti. Wojtyla diede allora, e offre anche oggi, motivi fondatissimi per dubitare dell’innocenza di Marcinkus e, anche, della trasparenza della gestione economica della Santa Sede.
Pochi mesi dopo i fatti sopra citati (l’appello ai Patti lateranensi per evitare l’estradizione di mons. Marcinkus), Wojtyla, il 26 novembre 1982, così affermava alla conclusione di una plenaria del Collegio cardinalizio che aveva discusso anche dello Ior: “Desidero poi ringraziarvi in modo particolare per l’attenzione che avete dato alla questione dell’Istituto per le Opere di Religione. Una riunione di 15 Cardinali, com’è noto, ha previamente studiato la cosa prima che il Collegio Cardinalizio si radunasse qui, in questi giorni. Si tratta di questione delicata, complessa, che è stata soppesata in tutti i particolari: voi ne avete avuto una esposizione adeguata, e avete potuto rendervene conto per quei suggerimenti che siano necessari. La Santa Sede è disposta a compiere ancora tutti i passi che siano richiesti per un’intesa da entrambe le parti perché sia posta in luce l’intera verità. Anche in questo, essa vuole solo servire la causa dell’amore”.
Mai parole tanto impegnative (quelle che ho segnato in corsivo) sono state altrettanto contraddette: infatti, pubblicamente, nulla ha fatto Wojtyla per fare accertare la verità. E’ vero, ha poi riformato lo Ior e allontanato Marcinkus: ma la verità sui rapporti tra il prelato e Calvi, e il crack dell’Ambrosiano, non si è potuta sapere, da parte vaticana. E il fatto che la Santa Sede, pur dicendosi estranea al crack dell’Ambrosiano, abbia dato, a titolo di buona volontà, un sostanzioso contributo per aiutare chi da quel crack aveva subito ingenti danni economici, non risolve affatto, ma rende più aspro, il problema di fondo.
Beatificare un papa che, su tema tanto scottante, non ha fatto luce, mi sembrerebbe assai grave. L’impressione – dall’esterno – che molti hanno è che, al dunque, Wojtyla abbia sacrificato l’accertamento della verità per non compromettere l’istituzione ecclesiastica che avrebbe subito danni rilevantissimi se il mondo intero avesse scoperto trame incredibili e imbrogli economici inimmaginabili. Per non parlare dello sbigottimento di milioni di semplici fedeli cattolici nel mondo intero.
Dal punto di vista religioso, a me pare che, nel caso citato, Wojtyla sia venuto meno, in modo obiettivamente gravissimo, alle virtù della prudenza e della fortezza: la prudenza che avrebbe dovuto imporgli, come capo della Chiesa cattolica romana, di salvaguardare il buon nome di tale Chiesa, e dunque di fare ogni cosa per accertare la verità; la fortezza, che avrebbe dovuto spingerlo ad opporsi alle prevedibili resistenze dell’apparato ecclesiastico della Curia romana restìa a “scoprire gli altarini”. Quali che siano state le motivazioni soggettive per cui il papa agì come agì (motivazioni che io non so), il risultato pubblico di tale decisione è aver obiettivamente impedito l’accertamento della verità. Come persona il papa forse non ha fatto nulla di male o, soggettivamente, ha creduto di non farlo; ma come pontefice ha compiuto un gesto gravido di conseguenze.
+ La beatificazione di Pio IX
Quando, a fine 1999, fu annunciato che, di lì a pochi mesi (sarebbe effettivamente accaduto il 3 settembre del 2000), il papa avrebbe beatificato insieme Pio IX e Giovanni XXIII, da molte parti emersero fortissime perplessità. Perché? Non solo per l’”abbinamento” voluto da Wojtyla – dall’evidente significato di accontentare, da una parte, i “tradizionalisti”, e, dall’altra, i “progressisti” – ma per due motivi ben precisi, legati alla pena di morte e alla vicenda di Edgardo Mortara.
Mastai Ferretti, come re dello Stato pontificio, aveva rifiutato la grazia a due patrioti, Giuseppe  Monti e Gaetano Tognetti, che avevano compiuto un attentato, e nel 1868 i due, a Roma, erano stati messi a morte.
Protetto da Pio IX, l’inquisitore di Bologna nel 1858 aveva fatto rapire alla famiglia Mortara – un’illustre famiglia ebraica – il piccolo Edgardo in quanto nascostamente battezzato da una domestica. Perché il piccolo, ormai cristiano, fosse educato nella “vera religione”, era inevitabile – secondo Pio IX – che esso fosse sottratto con la forza alla famiglia di origine: “I diritti del Padre celeste vengono prima di quelli del padre terreno”, sostenne sempre il pontefice per giustificare la sua decisione.
Mi si chiederà che cosa c’entri tutto questo con Wojtyla. C’entra, invece. In questione non è infatti l’intima coscienza di Pio IX, che fece le sue scelte – nel suo contesto storico e culturale – ritenendo di fare il meglio possibile. In questione è il fatto che un “beato”, molti anni o anche secoli dopo la sua morte, e dunque in un altro contesto storico, culturale ed ecclesiale, viene proposto a tutti i fedeli come esempio da imitare.
Ora, all’alba del Duemila, e quattro decenni dopo il Concilio Vaticano II, all’interno della Chiesa cattolica romana si era enormemente accresciuta la sensibilità (pastorale e teologica) su due temi: la pena di morte e il rapporto Chiesa/popolo d’Israele. Perciò, elevare agli onori degli altari un papa che aveva permesso esecuzioni capitali, e aveva fatto rapire un bambino ebreo battezzato era una provocazione impressionante. Infatti, la domanda non era, e non è, se Pio IX fosse in buona fede (lo diamo per accertato), ma quale significato assumesse oggi proclamare beato un papa che fece l’opposto di quanto oggi i buoni cattolici pensano.
Dopo i gesti coraggiosi (basti citare la sua visita alla grande Sinagoga di Roma, del 1986, e al Muro del piantodi Gerusalemme, nel marzo del 2000) da lui compiuti verso il popolo ebraico, l’annunciata beatificazione di Pio IX appariva contraddittoria ed incomprensibile.
In effetti, nei mesi precedenti l’annunciata beatificazione, personalmente ebbi modo di constatare l’amarezza e lo sconcerto della comunità ebraica romana per la decisione di Wojtyla. E analoghi furono i sentimenti in molti cattolici.
Non essendoci nessuna ragione cogente che obbligasse il papa a beatificare Pio IX, è necessario domandarsi perché egli così decise. La mia forte impressione è che, in realtà, Wojtyla volesse proclamare l’inattaccabilità e la supremazia del pontificato romano. E cioè: esaltare Pio IX, a prescindere dalle sue contraddizioni, era un passo necessario per esaltare l’istituzione ecclesiastica. A costo di smentire, indirettamente, il “nuovo corso” avviato dal Vaticano II.
Mi domando se, in questo caso, Wojtyla abbia osservato le virtù della prudenza e della temperanza (l’invito ad avere, nell’agire, il senso della misura).
+ I diritti umani violati
Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della Curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina della fede), che in sostanza hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica: teologi, teologhe, studiosi non “in linea” sono stati allontanati dalle loro cattedre, o impediti di proseguire le loro ricerche. Non voglio qui fare il lungo elenco dei castigati: mi permetto di rinviare alla lista, non esaustivo, compilata dall’agenzia Adista [numero 87  del novembre 2005].
Nella maggior parte dei casi le procedure adottate da Roma per punire gli indiziati non soddisfano lo standard che nei Paesi occidentali si esige perché un processo sia considerato giusto, e comunque i provvedimenti punitivi non hanno dato all’imputato il modo di difendersi adeguatamente.
Questa situazione è particolarmente stridente in un papa che è andato pellegrino in tutto il mondo a proclamare le esigenze della giustizia e l’intangibilità dei diritti umani.
Eppure, la ricerca della giustizia – nella Chiesa, anzitutto! – è, appunto, una delle virtù cardinali che dovrebbero rifulgere in un “beato”. Tanto più se papa.
Aggiungo che, di norma, Wojtyla non volle mai ricevere pubblicamente in udienza i “dissenzienti” (ma, un “padre”, non dovrebbe infine avere un dialogo a quattr’occhi con il figlio che, a suo parere, sbaglia?), o compiere verso di essi un gesto di amicizia. Un tale atteggiamento era il corollario inevitabile dell’intransigente “difesa della verità”? Non necessariamente; e a smentire Giovanni Paolo II è stato lo stesso suo successore che, pochi mesi dopo la sua elezione, ricevette in udienza Hans Küng.
Quale che sia stato l’intimo convincimento dellapersona Wojtyla, è un fatto che le scelte del papa Wojtyla hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava come “nemici” quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue.
D’altra parte, la storia della Chiesa e delle Chiese dimostra che condanne affrettate hanno soffocato idee che, con il passare del tempo, si sono invece rivelate più giuste di quelle ufficiali. Anche per questo, mi pare, Wojtyla è stato assai imprudente.
+ L’emergenza della questione femminile
Risolvere d’autorità i problemi acuti ed aspri può, all’apparenza, sciogliere i nodi ma, in realtà, essi si aggrovigliano rendendo tutto più difficile. E’ quanto – a mio parere – è accaduto, sotto Wojtyla, con la “questione-donna”.
Le crescenti e diffuse richieste di piena partecipazione della donna alla vita della Chiesa sono state da Wojtyla soffocate. Senza entrare qui nelle problematiche teologiche dei ministeri femminili o della donna-prete, si deve rilevare che il pontefice ha accuratamente evitato di permettere, in proposito, un ampio dibattito, ad esempio in un Sinodo dei vescovi ad hoc, o ascoltando pubblicamente un’ampia e variegata rappresentanza delle donne.
Ma è prudente un pastore che deliberatamente evita di ascoltare che cosa dice l’”altra metà del cielo”? Pur avendo esaltato più volte il “genio femminile”, ed avendo dedicato alla “dignità della donna” una lettera apostolica (la Mulierisdignitatem, del 1988), in realtà Wojtyla non ha ascoltato le richieste delle donne; le ha solo interpretate a modo suo per conservare lo status quo dell’istituzione ecclesiastica.
Avendo negato, a livello istituzionale, un reale dibattito sulla “questione donna”, Wojtyla si è assunto la responsabilità di impedire che varie posizioni emergessero, si confrontassero, si arricchissero nel reciproco ascolto e nella comune ricerca della volontà di Dio.
+ La vicenda di Oscar Romero
E’ in atto il tentativo – così a me sembra, leggendo i più recenti libri su mons. Oscar Romero scritti da persone “sensibili” ai desiderata della Curia romana – di descrivere come idilliaci i rapporti tra l’arcivescovo di San Salvador e il papa. Credo che tale descrizione non corrisponda alla realtà, e che, al contrario, essa sottenda il forte desiderio di proporre, sulla vicenda, un Wojtyla “comprensivo” che non è esistito.
Varie testimonianze, tutte basate su affermazioni di mons. Romero, concordano nel dire che il papa accolse con freddezza Romero quando (1979) a Roma lo ricevette in udienza. In proposito posso portare anche un’esperienza personale.
Nel febbraio 1989 ho incontrato a Managua una religiosa – suor Vigil – che lavorava presso il Centro ecumenico Valdivieso. Essa mi confermò di aver incontrato a Madrid mons. Romero di ritorno da Roma (siamo sempre nella primavera del 1979) e di averlo trovato “costernato” per la freddezza con cui il papa, durante l’udienza, aveva valutato l’ampia documentazione, da lui stesso fatta pervenire in Vaticano, circa la violazione dei diritti umani e della vita di quanti si erano opposti, anche fra i suoi diretti collaboratori, all’oppressione esercitata dal governo salvadoregno sulla popolazione. Oscar Romero avrebbe ricevuto dal papa una secca esortazione ad andar “più d’accordo” con il governo.
A commento di quell’udienza – mi riferì ancora suor Vigil –  Romero disse alla religiosa: “Non mi sono mai sentito così solo, come a Roma”.
Il “clima” di quella famosa udienza non appare nella sua drammaticità dal diario di Romero, che di essa pure fa cenno. Ma trarre da tale silenzio prova per smentire la successiva, e ben più realistica, “confessione” dall’arcivescovo, mi sembrerebbe un’operazione apologetica per salvare Wojtyla. E’ evidente, infatti, che nella difficilissima situazione in cui si trovava, Romero, “non poteva” condannarsi da solo, dicendo che il papa lo aveva rimproverato di “fare politica”. Tanto meno poteva dirlo dal pulpito della cattedrale del Salvador. E, tuttavia, perché la verità si sapesse, e quasi a futura memoria, agli amici più intimi raccontò quanto disse anche a suor Vigil.
Al di là della vicenda dell’udienza, è un fatto che Wojtyla non fece gesti pubblici e inequivocabili per mostrare di essere dalla parte di Romero, e di sostenerlo. Del resto, se avesse voluto dire al mondo, con un gesto riconoscibile anche dai più umili, di essere dalla parte di Romero, Wojtyla lo avrebbe pur potuto creare cardinale nel suo primo concistoro (giugno 1979). Il che non fece.
Del resto, in oltre 26 anni di pontificato – e, cioè, sia prima che dopo la caduta del muro di Berlino – Wojtyla ha mostrato, mi pare, un’incapacità radicale di cogliere la sensibilità di quei milioni di persone che vedevano in Romero un martire della giustizia, e la fondatezza pastorale ed evangelica di quei cristiani – religiose, preti, vescovi, laici, uomini e donne – che si ispiravano alla “Teologia della liberazione”. Una teologia dalla quale, agli inizi, lo stesso Romero riteneva di non essere in sintonia, e della quale poi finì per incarnarne in modo esemplare lo spirito.
Nessun vescovo dell’America latina apertamente schierato con la “Teologia della liberazione” è stato creato da Wojtyla cardinale: non che essi cercassero tale onore, ma, nell’attuale sistema ecclesiastico, sarebbe pur stato importante che il papa mostrasse apertamente la sua stima dando all’uno o all’altro la porpora. Non solo: ma Wojtyla ha portato nella Curia romana prelati latinoamericani apertamente ostili a Romero, accaniti avversari della “Teologia della liberazione” e, anche, talora, non troppo coperti amici di dittatori.
Se, in tutte queste vicende, Wojtyla si sia segnalato per la virtù della prudenza è tema che, ritengo, meriti approfondita riflessione. Molti dubbi, comunque, sono leciti. In particolare, non vi sono segni che egli si sia chinato per cercare di capire una “pastorale” e una “teologia” diversissime dalle sue.
+ Il concubinato del clero
Non intendo esaminare tutta l’ampia problematica del celibato sacerdotale, cioè l’insieme delle ragioni storiche, bibliche, ecclesiali che oggi ne consigliano, o meno, il mantenimento nella Chiesa latina. Voglio solo affrontare uno spicchio di tale realtà: il concubinato del clero. Con ciò non intendo affatto dire che tutto il clero sia oggi concubinario: assolutamente no! Tutti conosciamo preti lieti e fedeli al loro celibato, e carichi di umanità. Ma certo, per una parte, sia pure limitata, del clero, il problema esiste.
Ricordo un episodio: quando, come “padre” conciliare, ero al Vaticano II, avevo come vicino di banco un vescovo dell’America latina. Questi rimase molto male quando Paolo VI avocò a sé la questione della legge del celibato nella Chiesa latina, impedendo dunque al Concilio di discuterne liberamente. In tale situazione, mi disse: “Caro padre abate, e adesso come faccio, dato che nella mia diocesi tutti i preti sono concubinari? Ero venuto in Concilio proprio per favorire l’abolizione della legge del celibato!”.
Già incombente ai tempi di Paolo VI, la questione del celibato si è fatta ancor più grave sotto Giovanni Paolo II. A questo papa imputo come scelta assai temeraria quella di avere impedito, in proposito, un reale dibattito ai vari livelli della Chiesa.
Wojtyla ha talmente insistito sulla “saldatura” tra ministero presbiterale e celibato da rendere di serie B i sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati. Ma, soprattutto, la sua esasperata difesa della legge in atto ha dimenticato un particolare decisivo, che un pastore saggio in alcun modo potrebbe ignorare: il problema dei figli dei preti, e delle donne dei preti.
Obbligando i preti latini che, in relazioni clandestine, avessero avuto dei figli, ad assumersi apertamente le loro responsabilità, e dunque a sposarsi per essere – coram populo – padri amorosi dei loro figli, e sposi affettuosi di donne non più tenute nascoste, si compirebbe un gesto di giustizia. Ribadendo invece la legge del celibato, di fatto si esimono questi presbiteri dall’assumersi le loro responsabilità, e si permette loro di continuare a trattare le madri dei loro figli come persone senza diritti.
Sono migliaia e migliaia, nel mondo – dalla Germania, al Brasile al Congo – i figli dei preti che non hanno diritto di avere una normale famiglia, essendo il loro padre “inesistente”. Una tale situazione lede molti diritti umani, e stringe il cuore. E’ impressionante che Wojtyla non abbia mai voluto affrontare pubblicamente questo “tabù”, preferendo le certezze dell’istituzione alle dolorose conseguenze derivanti dall’addentrarsi con realismo nelle problematiche concrete della vita, spesso assai complicate.
Tema differente, ma sempre legato al clero, è quello delle violenze sessuali di preti contro minori. La sgradevole impressione che si ha, in proposito, è che Wojtyla abbia affrontato questa piaga tremenda solo quando essa esplose negli Stati Uniti d’America, sul finire degli anni Novanta.
+ Le dimissioni dal pontificato
Una delle conseguenze più corpose, perché più incidenti nella realtà, del Vaticano II è stata la norma, infine stabilita dal nuovo Codice di diritto canonico, che chiede ai vescovi che compiono 75 anni di presentare le loro dimissioni al papa, che valuterà caso per caso.
Non so se si sia riflettuto sino in fondo sulla “teologia” che sottostà a tale norma: una volta, infatti, si diceva che il vescovo è lo “sposo” della sua Chiesa, cioè della sua diocesi, e perciò l’ama fino alla fine, cioè – in linea di principio – ne resta titolare fino alla morte. Perché mai, infatti, uno sposo non sarebbe più tale quando è avanti con gli anni?
Ad ogni modo, ammesso il principio non solo della legittimità, ma anche dell’opportunità delle dimissioni dei vescovi diocesani a 75 anni, non si comprende perché a tale normativa si sottragga il vescovo di Roma. Anche se non giuridicamente, ma di sicuro moralmente, egli dovrebbe essere il primo ad applicare una tale legge. Perché è il re il primo servo delle leggi di tutti.
Invece, quando Wojtyla compì i 75 anni, e ancor più quando, più tardi, andò aggravandosi in modo irreversibile la sua malattia, impedendogli un reale controllo della Curia romana, a chi direttamente o indirettamente gli suggeriva di rassegnare le dimissioni, egli rispondeva che “Cristo non si dimise dalla croce”.
Vi è una contraddizione teologica grande nel ragionamento di Wojtyla: perché mai sarebbe normale che, a 75 anni, un vescovo (che magari sta ancora bene in salute) si dimetta dalla sua diocesi, e sarebbe inaudito invece che nella stessa situazione si dimettesse il vescovo di Roma?
A me pare che da tale ragionamento emerga un substrato che considera il papa un “super vescovo”: ma questo è del tutto contrario alla Lumen gentium. La mistica della sofferenza connessa con il papa che, in quanto tale, “non può” dimettersi senza tradire il Cristo sofferente, confligge con la decisione giuridica e pastorale adombrata dal Vaticano II che chiede al vescovo “normale” di… discendere dalla croce e lasciare in altre mani la diocesi.
A parte una tale questione di fondo, vi è poi un problema concreto: è stato prudente, Wojtyla, a voler rimanere in carica quando era evidente da tanti mesi la sua impossibilità di governare? Non ha forse, così facendo, favorito maneggi che permettevano all’una o all’altra “cordata” curiale di far prevalere la propria linea, e dunque imporre scelte, nomine, decisioni, tutte formalmente del pontefice, ma in effetti tutte forse non sue?
Se la “resistenza” di Wojtyla fino alla fine è, per alcuni, un segno di particolare fedeltà al proprio dovere, a me suscita invece molta perplessità, e mi induce appunto a domandarmi dove, in tale dolorosa vicenda, lui abbia dimostrato in modo forte le virtù dell’umiltà e delle prudenza.
+ Lasciamo Wojtyla nella sua complessità
Esaminando i pochi fatti elencati appare evidente come sia difficile, per non dire impossibile, distinguere tra le scelte dell’uomo Wojtyla e di Wojtyla papa. Ora, è vero che, qualora lo si proclamasse “beato”, si preciserebbe che ciò avverrebbe per aver accertato che egli visse le virtù in modo eroico, ma non si intenderebbe con questo “santificare” tutte le sue scelte come pontefice. In teoria, la distinzione corre; ed infatti – per rispondere in qualche modo alle critiche per sua incredibile decisione – la propose lo stesso Wojtyla nel discorso in cui spiegò perché beatificava Pio IX. Nei fatti, però, essa è zoppa, come dimostrò appunto la vicenda di Pio IX.
Immagino bene che la “macchina” del processo per la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II procederà inarrestabilmente verso il traguardo atteso. Per parte mia, ritenevo mio dovere elencare i gravi dubbi che ho via via sollevato. Ho detto in altra sede, e ci tengo qui a ribadirlo, che le mie riflessioni non derivano da alcun interesse personale, o da alcun fazioso pre-giudizio, ma solo da un’onesta valutazione di fatti e circostanze che, secondo la mia scienza e coscienza, non si dovrebbero sottacere. Sono consapevole di essere solo una piccola voce, e naturalmente rispetto le molte voci di altro tono. Ho parlato, e parlo, per amore della nostra Chiesa romana. Mi rendo conto che, in un clima prevalentemente apologetico rispetto a Wojtyla, alcune mie affermazioni sembreranno quasi inaudite. Eppure, molte persone, soprattutto (ma non solo) in America latina, si ritroverebbero in esse.
Non ho potuto e voluto fare un’analisi esaustiva del pontificato di Wojtyla, delle sue (secondo me) luci e delle sue (secondo me) ombre. Ad altri l’arduo còmpito! Ma, ritengo, le pur poche cose dette potrebbero dare un aiuto per evitare sia critiche aprioristiche che applausi scontati al pontificato wojtyliano.
Se potessi esprimere un sogno, sarebbe questo: che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia, abbandonando dunque l’idea di elevarlo agli onori degli altari. Sono infatti così complesse, e contraddittorie, le scelte del suo pontificato, che è difficile separare luci e ombre, le personali convinzioni dell’uomo Wojtyla, la sua pietà privata, dalle sue decisioni pubbliche. Credo che, lasciare Wojtyla nella sua complessità, e come tale affidarlo alla storia, oltre che alla memoria della Chiesa, sarebbe la scelta migliore per onorarlo nella sua sfaccettata verità. L’insistenza e l’ansia con cui, molti ambienti, lavorano per la beatificazione di Wojtyla, a me pare un atteggiamento che poco sa di evangelico, e molto di voglia di esaltare il pontificato romano come istituzione.
Roma, 7 marzo 2007
Giovanni Franzoni

Mercoledì 23 Dicembre,2009 Ore: 14:29

fonte: www.ildialogo.org

Scritto da Simone Medas

gennaio 6, 2010 alle 5:40 pm

The time machine

lascia un commento »

Facevo alcune riflessioni, tempo fa, sulle conseguenze sulla possibilità di tornare indietro nel tempo; di alcune conseguenze potenziali che, a prima vista, non vengono predette perchè ci sono le ovvietà a far da scudo.
Escludendo, da queste ultime, l’ovvietà che “non sia possibile” (per ora possiamo solamente “dimostrare” che non ne siamo all’altezza, ma nessuno può dimostrare che non si potrà) rimangono i soliti paradossi e evidenze non “poi così tanto logiche”:
1) Potendo tornare indietro nel tempo potrei uccidere mia madre prima del mio concepimento
2) Se, anche in un tempo futuro (mettiamo tra 2000 anni), si arriverà a costruire una macchina o un dispositivo in grado di riportare le persone nel passato (o a far riavvolgere il nastro del tempo mentre noi, invece, stiamo fermi) qualcuno deve esser passato nel nostro presente o passato, e lasciato qualche traccia. Chi non vorrebbe tornare indietro e vedere, per esempio, la crocifissione di Cristo sul Golgota e assicurarsi che sia un evento realmente accaduto o per un semplice pellegrinaggio da parte di cattolici incalliti (e anche poco sensibili, direi!)?
Di queste persone ci dovrebbe esser qualche traccia!

Io NON sono dello stesso parere. Vederla in questo modo è un po come convincersi che il mondo sia piatto (quindi mancherebbe una dimensione) senza doversi mai porre il problema che in moltissime circostanze bisognerebbe “eliminare” le persone dalla strada per riuscire ad andare a lavoro. Basterebbe anche solo esser circondati da pietroline che non si potrebbe più camminare.
Con questo voglio dire che è ovvio che le argomentazioni di sopra non sono possibili non per la contradditorietà della macchina del tempo ma perchè partono da un presupposto errato.
Quindi la soluzione, anzi le possibili soluzioni, sono due (dicono gli stessi scenziati):

1) tornando indietro nel tempo si vive un’esperienza simile a quando si guarda la tv: non si può partecipare, si è solo uno spettatore. Ma questo significa che le persone che stiamo vedendo in quel film non sono più persone vere perchè altrimenti si contraddice uno degli assiomi più importanti della fisica: “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”. Quindi non può essere che solo perchè io decido di tornare indietro nel tempo “improvvisamente” vengono “create” dal nulla me medesimo di qualche anno fa e tutte quelle persone coinvolte.
Un’aspetto più divertente sarebbe che una volta deciso di tornare indietro nel tempo, ammettendo fosse un passato “reale” e, contemporaneamente, “univoco” significa, anche, che io l’ho fatto da sempre (mi verrebbe il sospetto) e inizierei a sentirmi spiato da un “me stesso” futuro: in qualche modo condizionerei il mio presente.

2) Che esistono infiniti percorsi, inifiniti mondi dove in uno sto scrivendo la medesima cosa di ora nel blog e in un altro una cosa esattamente opposta. Mondi paralleli dove la differenza, tra i vari mondi “adiacenti”, è sostanzialmente minima nello stesso istante, ma le conseguenze nel futuro possono essere drasticamente differenti (come per Borges ne “Il giardino dei sentieri che si biforcano”). Quando volessi tornare indietro nel tempo, in realtà starei andando su un mondo parallelo ma non concorrente al mio. Il rischio sarebbe di vedere, me, come una persona leggermente o completamente diversa da quello che era nei miei ricordi.

Non so quale sia la possibilità più stimolante delle due (se fosse!) ma c’è un terzo aspetto da mettere in gioco, farò un esempio per esser più chiaro. Questo esempio è un evento che si verifica nell’anno 2009 e gli attori coinvolti sono:
- me (A) del 2020 (allora non sarò ancora morto!!! Allora tutte le questioni del 2012 son fesserie?!?!)
- me (B) del tempo corrente (per forza!)
- me (C) del 2010

Sia me A e me C, si trovano entrambi nello stesso momento di me B, e si raccontano, entusiasti, dei loro misfatti e rivelano il loro anno di provenienza (da notare che tutti sono, però nati lo stesso giorno/mese e anno).
Me C, seppur io sia una persona di poche parole, ahimè gli piace parlare, quindi invita me A a trascorrere un po’ di tempo con lui nel futuro (che per sarà nuovamente “il presente” che gli appartiene una volta tornato da questo viaggio).
Così me A decide di andare nel 2020 ma subito si rende conto che c’è qualcosa che non torna e ha l’impressione che potrebbe non essere così semplice trovare lo stesso me C del 2020.
Mi spiego meglio:
visto che esistono diverse copie di me stesso (infinite?), almeno ipotizando la possibilità di viaggiare nel tempo, e visto che non è possibile avere più di una “istanza” di me stesso in uno stesso “nastro temporale” (altrimenti sarebbero tutti “in me stesso”, anche ora, in questo istante) allora significa che:
1) esistono differenti nastri dove ognuno di questi ha una “istanza” di me stesso
2) a quanto pare ogni nastro parte da un momento differente. Se è possibile che me C venga dal futuro 2020 significa che il suo anno di nascita (che coincide al mio) non sia avvenuto nello stesso “momento assoluto” del mio.
Da queste due deduzioni assumo che il fatto di esserci incontrati “quella volta” è stato un caso puramente fortuito: visto che ogni momento diventa “relativo” alla partenza effettiva del nastro da cui proviene la nostra istanza, significa anche dire che:
2020 o 2010 non ha nessun significato! O meglio, manca qualche altra informazione per fare una coordinata precisa, per identificare un “momento assoluto” o “riconoscibile” da tutti i nastri.
Questo significa, anche, ammettere che “il tempo” non è solamente la nostra “quarta dimensione” perchè il tempo stesso, a questo punto, ha neccessità di “ulteriori dimensioni”

Scritto da Simone Medas

aprile 22, 2009 alle 8:00 pm

Pubblicato in Personal

Taggato con , , ,

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.